Il referto è arrivato e non dice quello che la gestante si aspettava di leggere: NIPT non conclusivo. Nessun rischio basso, nessun rischio alto. Il laboratorio comunica che l’analisi non ha prodotto un risultato interpretabile. Dopo l’attesa, la reazione più comune è pensare a un errore o a un guasto tecnico del laboratorio.
Quasi sempre non è così. Il risultato non refertabile è un esito previsto dal test, ha una causa biologica più comune ben documentata e una gestione clinica raccomandata dalle linee guida internazionali. In questo articolo si spiega che cosa significa davvero quel referto, perché la quantità di DNA placentare nel sangue materno può risultare insufficiente, quanto serve ripetere il prelievo e in quali situazioni è più sensato rivolgersi direttamente alla diagnosi prenatale invasiva.
Cosa significa un NIPT non conclusivo
Un NIPT non conclusivo significa che il laboratorio non ha potuto formulare una stima di rischio attendibile sul campione ricevuto, quindi non referta né un risultato negativo né uno positivo. Non indica un’anomalia rilevata né l’assenza di anomalie; quindi è un esame che va ripreso o approfondito in altre maniere, non un esame andato male. Sul referto la stessa condizione può comparire con etichette diverse come “non conclusivo“, “no call”, “no result”, “test fallito”, “risultato non refertabile”, descrivono tutte la stessa situazione. La variabilità del linguaggio dipende dal laboratorio e dalla piattaforma usata.
Quanto è frequente dipende molto da chi esegue l’analisi. La letteratura raccolta nel documento di riferimento della Society for Maternal-Fetal Medicine riporta tassi di risultato non refertabile che vanno dallo 0,03% all’11,1% a seconda dello studio, un intervallo ricavato da una meta-analisi del 2015 e che, secondo lo stesso documento, si è ristretto negli anni successivi grazie ai progressi tecnici, mentre una revisione sistematica dell’American College of Medical Genetics and Genomics, limitata alle gravidanze a rischio generico, ha stimato un tasso complessivo dello 0,85% su 31 studi, con risultati molto eterogenei tra uno studio e l’altro. Le differenze dipendono dalla tecnica di sequenziamento, dagli algoritmi bioinformatici e dalle soglie interne di refertazione.
Che cos’è la frazione fetale e perché è decisiva in un NIPT non conclusivo?

Il DNA che il test analizza non arriva dal feto in senso stretto ma dalla placenta, sotto forma di frammenti mediamente più corti di quelli materni; rispetto al DNA materno, quello placentare ha meno frammenti da 166 paia di basi e più frammenti intorno alle 143, rilasciati nel sangue materno quando le cellule del trofoblasto vanno incontro ad apoptosi. Questi frammenti circolano immersi in una quantità molto maggiore di DNA di origine materna.
La frazione fetale è la percentuale di DNA di origine placentare sul totale del DNA libero circolante. Cresce man mano che la gravidanza avanza e, tra la decima e la ventunesima settimana, rappresenta in genere fra il 10% e il 20% del totale. Quel 10-20% però è un intervallo di riferimento poiché la variabilità tra donne è ampia, e nelle casistiche cliniche reali i valori mediani si collocano più in basso.
Quando la frazione fetale è bassa l’analisi statistica perde affidabilità, perché il segnale proveniente dai cromosomi fetali diventa troppo debole rispetto al rumore di fondo materno. Sotto il limite che ciascun laboratorio ha fissato per la propria metodica, un referto verrebbe emesso su basi troppo fragili, e il laboratorio preferisce non emetterlo. Per anni molte metodiche che misurano la frazione fetale hanno adottato come limite il 4%, ma quel valore non è lo stesso per tutte. Per capire da dove nasce questo materiale genetico e come viene isolato, è utile leggere come funziona l’analisi del DNA fetale nel sangue materno.
NIPT non conclusivo: il 4% non è una soglia universale
Quel numero deriva da un modello statistico costruito sulla profondità di sequenziamento necessaria in funzione della frazione fetale. A sollevare il problema, nel 2016, è stato il gruppo del laboratorio Genoma di Roma: nessuno aveva mai misurato sperimentalmente il limite reale di rilevabilità delle singole metodiche, e il 4% veniva usato dalle metodiche basate sulla frazione fetale come se fosse una costante. Le linee guida della Society for Maternal-Fetal Medicine registrano il quadro attuale e cioè che la soglia minima varia a seconda del saggio usato, e la maggior parte dei laboratori richiede tra il 2% e il 4%.
Uno studio condotto nel laboratorio Genoma di Roma su 7.103 campioni, pubblicato su Prenatal Diagnosis nel 2016, aveva misurato sperimentalmente il limite di rilevabilità della metodica allora in uso per PrenatalSafe®, individuandolo al 2% anziché al 4%. Su 105 gravidanze con anomalia cromosomica confermata dal cariotipo, 25 avevano una frazione fetale compresa tra il 2% e il 4%. Con il cut-off del 4% quelle 25 gravidanze sarebbero state archiviate come test non riuscito anziché come risultato positivo.
Dal cut-off fisso alla soglia dinamica
Esistono piattaforme che non applicano alcun valore fisso, e una di queste è documentata da uno studio pubblicato su Prenatal Diagnosis nel 2024 dal gruppo di ricerca dello stesso laboratorio, condotto su 71.883 gravidanze consecutive analizzate tra novembre 2019 e dicembre 2021. Il sistema valuta insieme la frazione fetale e la profondità di sequenziamento raggiunta sul singolo campione, e decide su quella combinazione se i dati sono sufficienti a formulare una risposta affidabile. Un campione con frazione fetale bassa ma sequenziato in profondità può quindi produrre un referto valido, mentre un campione con frazione più alta ma qualità di lettura scarsa può non produrlo.
Nella casistica di quello studio la frazione fetale mediana è risultata del 9%, con valori individuali da 2% a 26%, su un’età gestazionale mediana di 12 settimane. Il che conferma quello che conta per chi legge un referto non conclusivo. La frazione fetale non ha un valore normale, ha una distribuzione, e la stessa percentuale può essere sufficiente per un campione e insufficiente per un altro.
Perché la frazione fetale può risultare bassa?

Epoca gestazionale troppo precoce
Prima delle 9-10 settimane la placenta ha rilasciato una quantità di DNA che può risultare insufficiente all’analisi, e l’epoca gestazionale precoce figura tra le cause riconosciute di risultato non refertabile. È il motivo per cui il prelievo viene collocato a partire da quel momento. Quando il prelievo è stato troppo anticipato, ripeterlo qualche settimana dopo è un’opzione ragionevole, da affiancare comunque alla consulenza genetica prevista per ogni risultato non refertabile.
Peso corporeo materno
All’aumentare del peso materno la frazione fetale tende a diminuire. Il meccanismo è di diluizione in quanto il tessuto adiposo va incontro a necrosi e apoptosi, immette nel circolo una quantità maggiore di DNA materno e la quota placentare finisce per pesare di meno in percentuale. Questo non esclude nessuna donna dal test. Le linee guida raccomandano di offrire comunque il NIPT indipendentemente dal peso, spiegando prima del prelievo che la probabilità di un risultato non refertabile è più alta.
Terapie anticoagulanti in corso
L’uso di eparina a basso peso molecolare compare tra le cause riconosciute di risultato non refertabile. Rientra in un gruppo di condizioni e trattamenti che riducono l’apoptosi del trofoblasto, limitano la crescita placentare o aumentano la degradazione di cellule materne. Nello stesso gruppo figurano alcune malattie autoimmuni, tra cui il lupus eritematoso sistemico e la sindrome da anticorpi antifosfolipidi.
Gravidanza gemellare o da procreazione medicalmente assistita
Nelle gravidanze gemellari i tassi di risultato non refertabile sono più alti, e cambiano con la corionicità. Uno studio prospettico su 928 gravidanze gemellari e 23.495 singole ha registrato tassi del 4,9% nelle monocoriali e dell’11,3% nelle bicoriali, contro il 3,4% delle gravidanze singole. Anche il concepimento tramite tecniche di procreazione assistita e l’uso di ovocita da donatrice rientrano tra le cause documentate.
Motivi tecnici del campione
Una parte dei casi non ha nulla a che vedere con la biologia della gravidanza. Errori di manipolazione o di processamento del campione, difficoltà nell’interpretazione dei dati di sequenziamento possono impedire la refertazione anche con una frazione fetale adeguata.
Una frazione fetale bassa può essere essa stessa un segnale
C’è un aspetto che conta più degli altri sul piano clinico. Una frazione fetale bassa è associata a una probabilità aumentata di aneuploidia fetale, in particolare trisomia 18, trisomia 13 e triploidia diginica. L’associazione è documentata a livello statistico; le ipotesi sul meccanismo chiamano in causa un rilascio ridotto di DNA da parte della placenta in queste condizioni. Il dato quantitativo riguarda il referto mancato nel suo complesso, quale che ne sia la causa. Uno studio di coorte retrospettivo su popolazione del 2023, citato nelle linee guida, ha calcolato, nelle gravidanze singole con NIPT non refertabile al primo tentativo, un rischio relativo di 130,3 (intervallo di confidenza al 95%, da 64,7 a 262,6) per trisomia 21, 18 o 13 rispetto alle gravidanze con risultato a basso rischio.
L’associazione si vede anche all’interno della zona grigia, cioè nei campioni che un risultato lo producono ma con poco DNA placentare. Nella casistica del 2016, sui campioni in cui era possibile misurare la frazione fetale, l’incidenza di aneuploidia è risultata dell’1,1% con frazione pari o superiore al 4% e del 6,9% tra il 2% e il 4%, una differenza di sei volte statisticamente significativa. Una frazione fetale bassa resta quindi un elemento clinico da considerare anche quando il referto arriva regolarmente.
Per questa ragione la Society for Maternal-Fetal Medicine, nel Consult Series #74 sullo screening con DNA libero circolante pubblicato nel novembre 2025, raccomanda di non trattare il risultato non refertabile come un semplice inconveniente tecnico. Alle pazienti va offerta consulenza genetica, un’ecografia di valutazione completa e la possibilità di accedere alla diagnosi invasiva. Il documento sostituisce il precedente Consult Series #36 della stessa società ed è stato fatto proprio dall’American College of Obstetricians and Gynecologists. Alcuni studi hanno inoltre osservato un’associazione tra risultato non refertabile ed esiti ostetrici avversi, in particolare preeclampsia e parto pretermine. L’associazione è documentata ma non consolidata al punto da tradursi in un protocollo di sorveglianza specifico.
Conviene ripetere il prelievo dopo un NIPT non conclusivo?

Quante volte funziona la ripetizione?
Le stime disponibili non coincidono, e vale la pena sapere da dove vengono. La Society for Maternal-Fetal Medicine, nel documento del 2025, riporta che il secondo prelievo produce un risultato valido nel 75-80% dei casi. Gli studi pubblicati fino al 2015, riassunti in un lavoro del 2016, erano più prudenti e indicavano valori tra il 50% e il 60%.
Il dato italiano è di poco diverso nella sostanza. Nello studio citato sopra, sui 72.137 campioni arrivati in laboratorio (da cui poi derivano le 71.883 gravidanze analizzate), 1.268 non hanno prodotto un risultato al primo tentativo, pari all’1,7%. Dopo una nuova analisi, eseguita sul plasma residuo o su un secondo prelievo, 1.014 di quei campioni sono stati refertati con successo, cioè l’80%.Il tasso di fallimento definitivo è sceso così allo 0,35%, poco più di tre casi ogni mille.
Restano circa tre gravidanze su mille per le quali nemmeno il secondo tentativo produce una risposta. La ripetizione resta comunque una scelta, non un passaggio automatico, perché il rischio aumentato di aneuploidia associato al primo fallimento non si annulla mentre si aspetta il secondo referto.
Quanto tempo aspettare prima di rifare il test dopo un NIPT non conclusivo?
Quando la causa probabile è un’epoca gestazionale troppo precoce, attendere ha un senso biologico preciso, perché la frazione fetale cresce con il progredire della gravidanza. Le linee guida segnalano una possibilità pratica poco conosciuta: se la ripetizione avviene tra 10 settimane e 0 giorni e 13 settimane e 6 giorni, si può valutare di conservare un campione di siero al momento del secondo prelievo, così da non perdere la finestra utile per lo screening del primo trimestre o per il test combinato, nel caso anche il secondo tentativo fallisca.
Quando ripetere dopo un NIPT non conclusivo non è la scelta giusta
Se l’ecografia mostra anomalie, se l’epoca gestazionale è già avanzata, o se il profilo di rischio è alto per altri motivi, il tempo speso in un secondo tentativo può costare più di quello che rende. Una gestante può legittimamente decidere di non rimandare un’informazione definitiva. Va detto con chiarezza che mancano dati sulle strategie alternative come ripetere il NIPT presso un laboratorio che usa una metodica diversa, oppure ripiegare sullo screening sierologico dopo un fallimento, sono opzioni che nessuno studio ha ancora valutato.
Quando anche la seconda analisi non produce un risultato, il protocollo applicato nello studio italiano del 2024 prevedeva l’emissione di un referto che indicava una frazione fetale insufficiente o un risultato non conclusivo, e l’invio della paziente alla consulenza genetica e alle procedure invasive.
Quando passare direttamente alla diagnosi invasiva dopo un NIPT non conclusivo
La scelta si orienta su tre elementi concreti. Il quadro ecografico, perché la presenza di anomalie strutturali cambia radicalmente la probabilità a priori. L’epoca gestazionale raggiunta, perché la finestra utile per villocentesi e amniocentesi è diversa e aspettare un secondo NIPT può chiudere una delle due porte. Il profilo di rischio complessivo, che comprende età materna, anamnesi e risultati di eventuali screening precedenti.
Vale la pena ricordare che il DNA circolante e il cariotipo fetale possono non coincidere. La causa più nota è il mosaicismo confinato alla placenta, riscontrato in circa l’1-2% dei campioni di villi coriali, ma non è l’unica; tra le altre figurano un gemello scomparso, alterazioni cromosomiche o patologie materne
È un motivo in più per cui il NIPT resta uno screening e la diagnosi resta invasiva. Per capire in quali situazioni il test sul DNA fetale è indicato come primo passo, è utile consultare quali test prenatali esistono e a cosa servono.
Un NIPT non conclusivo va pagato di nuovo?

È la domanda che tutte le gestanti si pongono nel giro di poche ore dalla telefonata del laboratorio e la risposta dipende interamente dal contratto di servizio del singolo laboratorio e l’informazione va chiesta prima del prelievo. Le voci da verificare sono tre:
- se il secondo prelievo è compreso nel prezzo,
- entro quale termine va effettuato,
- e se l’eventuale rimborso è previsto quando anche il secondo tentativo fallisce.
Qui conta la differenza tra chi analizza il campione e chi si limita a raccoglierlo. Una parte dei servizi NIPT disponibili in Italia effettua il prelievo e poi lo spedisce a laboratori esteri, il che allunga i tempi e aggiunge un passaggio nella catena del freddo. PrenatalSafe® analizza i campioni nei laboratori Eurofins Genoma di Roma e Milano, quindi le domande sulla policy si possono porre direttamente a chi esegue l’analisi.
Infatti, una volta scelto il servizio, la consulenza genetica prima e dopo il test è compresa nel prezzo di entrambi i livelli (PrenatalSafe® Karyo e Karyo Plus); un referto non conclusivo è esattamente la situazione in cui quella consulenza serve, e in molti percorsi privati va pagata a parte. Inoltre, la consulenza informativa iniziale, quella che serve a capire quale livello di test abbia senso e a porre le domande sulla ripetizione, è gratuita e senza vincolo d’acquisto.
Quando un risultato anomalo riguarda la madre e non il feto
Esiste una situazione, diversa e molto più rara, che vale la pena conoscere prima di fare il test anziché scoprirla da un referto. Il sequenziamento legge tutto il DNA libero che circola nel sangue, e la quota materna è di gran lunga la più abbondante. In una minoranza di casi l’anomalia che il test rileva non viene dalla placenta ma da un tessuto della gestante.
Il quadro che orienta verso questa ipotesi è riconoscibile. Si tratta della presenza di trisomie autosomiche multiple, di una singola monosomia autosomica completa, oppure di guadagni e perdite distribuiti su tre o più cromosomi. Le prime due configurazioni, in un feto, in genere non sono compatibili con una gravidanza evolutiva, ed è questa incongruenza a suggerire un’origine materna. Quando questi pattern compaiono, le linee guida stimano una probabilità di neoplasia materna occulta compresa tra il 5% e il 50%. Anche un risultato non refertabile, che più spesso dipende da una frazione fetale troppo bassa, può avere tra le sue cause una neoplasia materna.
Un riscontro di questo tipo si presenta nello 0,03-0,12% delle pazienti che eseguono lo screening, cioè in una gravidanza su un numero compreso tra circa 3.300 e circa 830. Va anche ricordato che una neoplasia diagnosticata in gravidanza interessa circa una gestante su mille o millecinquecento a prescindere dal NIPT, quindi il test non crea un rischio, al più lo intercetta prima.
Uno degli studi che ha dato più visibilità al tema è quello dei National Institutes of Health pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2024, che ha seguito 107 partecipanti con referti insoliti o non refertabili provenienti da dodici laboratori diversi. Il 48,6% ha ricevuto una diagnosi oncologica. La percentuale ha circolato molto e va letta per quello che è: quelle 107 persone erano arrivate allo studio proprio perché il loro NIPT aveva dato un esito insolito o non refertabile. È la probabilità all’interno di un gruppo già filtrato, non quella che corre chiunque riceva un NIPT non conclusivo. Lo stesso studio mostra quanto conti il tipo di anomalia poiché tra chi presentava guadagni e perdite su tre o più cromosomi, rilevato con il sequenziamento di ricerca dello studio, il cancro era presente nel 95,9% dei casi, mentre i profili con soli guadagni o sole perdite sono stati osservati anche in condizioni benigne come i fibromi uterini.
C’è poi il passaggio che sgonfia la maggior parte delle preoccupazioni. La prima cosa da proporre davanti a un risultato anomalo o inconcludente è la diagnosi prenatale invasiva sul feto. Se il test fetale conferma quello che il NIPT aveva rilevato, con ogni probabilità la spiegazione è trovata e l’ipotesi di un’origine materna perde consistenza. Solo quando i due risultati non coincidono, o quando la gestante sceglie di non fare l’esame invasivo, si apre una valutazione sulla salute materna, che oggi non ha linee guida condivise e viene costruita caso per caso sulla base dell’anamnesi e degli accertamenti che medico e paziente ritengono proporzionati. È il motivo per cui la consulenza genetica dopo un referto anomalo è imprescindibile per distinguere le situazioni fra loro.
Domande frequenti
Un NIPT non conclusivo significa che c’è qualcosa che non va?
Non indica un’anomalia, ma le linee guida lo gestiscono come un risultato che richiede approfondimento. Una frazione fetale insufficiente si associa a un rischio aumentato di trisomia 18, trisomia 13 e triploidia diginica. Per questo le linee guida raccomandano consulenza genetica, ecografia di valutazione e la possibilità di accedere alla diagnosi invasiva, oltre all’eventuale ripetizione del prelievo.
Dopo quanto tempo posso ripetere il test del DNA fetale?
Non esiste un intervallo fisso. Se la causa probabile è un’epoca gestazionale troppo precoce, attendere qualche settimana ha senso perché la frazione fetale cresce con il progredire della gravidanza. Secondo il documento di riferimento della Society for Maternal-Fetal Medicine, pubblicato nel 2025, il secondo prelievo produce un risultato valido nel 75-80% dei casi. La tempistica va concordata con il medico che segue la gravidanza, tenendo conto della finestra utile per gli esami successivi.
La frazione fetale bassa dipende dal peso?
Il peso materno è una delle cause riconosciute. Il tessuto adiposo immette nel circolo una quantità maggiore di DNA materno, e la quota di origine placentare risulta più diluita in percentuale. Le linee guida raccomandano comunque di offrire il test indipendentemente dal peso, avvisando prima del prelievo che la probabilità di un risultato non refertabile è più alta.
Il NIPT non conclusivo è più frequente nelle gravidanze gemellari?
Sì, e il tasso cambia con la corionicità. Uno studio prospettico su 928 gravidanze gemellari e 23.495 singole ha registrato risultati non refertabili nel 4,9% delle monocoriali e nell’11,3% delle bicoriali, contro il 3,4% delle gravidanze singole. Pesano anche fattori più frequenti nei gemelli, come il concepimento tramite procreazione assistita e il peso materno più elevato.
Se anche il secondo prelievo non dà risultato, cosa faccio?
Il percorso si sposta verso la diagnosi prenatale invasiva, villocentesi o amniocentesi a seconda dell’epoca gestazionale. l passaggio a un laboratorio con metodica diversa e il ricorso allo screening sierologico dopo un fallimento non sono stati valutati da studi specifici. Per questo le linee guida suggeriscono, se si ripete il prelievo nel primo trimestre, di conservare un campione di siero per non perdere l’opzione del test combinato.La scelta va costruita con il medico che segue la gravidanza sulla base del quadro ecografico e dell’epoca raggiunta.
